In questi giorni il Senato ha varato la riforma dei servizi pubblici locali (acqua, gas, rifiuti, elettricità, etc.) configurando per gli stessi uno scenario di definitiva privatizzazione su cui il sindacato, e la CGIL in particolare, esprimono un giudizio fortemente negativo. Tra i servizi pubblici locali soggetti alla privatizzazione ne spicca uno, l’acqua, per la sua peculiarità di bene comune e universale necessario alla sopravvivenza dell’uomo. Con la mercificazione dell’acqua, su cui ritorneremo più avanti, ma più in generale con la privatizzazione di quelli che sono i servizi pubblici o di pubblica utilità si hanno degli effetti negativi che finiscono per ricadere sull’intera collettività. Tra gli effetti negativi abbiamo: 1. la trasformazione del cittadino da utente/contribuente di servizi pubblici, a consumatore di servizi che, seppur in origine di natura pubblica, poiché sottoposti alle leggi di mercato diventano come tutti gli altri servizi forniti dal privato e quindi soggetti alla speculazione e al profitto; 2. attualmente i servizi pubblici tipici (acqua, gas, rifiuti, elettricità) incidono in Europa sulla spesa delle famiglie intorno al 10 – 15 %. Nei paesi in cui i servizi di pubblica utilità sono stati privatizzati del tutto, questi incidono in maniera superiore fino ad arrivare anche al 25% della spesa delle famiglie; 3. per i lavoratori addetti a questi servizi, la privatizzazione comporta un brusco ridimensionamento dei loro diritti e delle loro tutele e nel contempo una crescita dell’inefficienza degli stessi. Purtroppo anche l’acqua, bene comune universale, non è sfuggita alla deriva della privatizzazione. Con l’ennesima modifica in materia di servizi pubblici locali che ha previsto anche per le aziende idriche una presenza del pubblico non superiore al 40%, è stato portato a compimento un processo iniziato con la legge Galli del 1994 che prevedeva la liberalizzazione dei servizi idrici e la trasformazione degli enti di diritto pubblico in SpA, soggetto giuridico privato, a capitale interamente pubblico, o misto (pubblico – privato). In buona sostanza, il legislatore, all’epoca, decise che per le aziende idriche il regime societario era obbligatoriamente quello della società per azioni, assoggettando le aziende del settore ad una logica prettamente industriale, pensando, erroneamente, che portando all’interno del mondo dell’acqua la cultura dell’impresa, questo bastasse a rendere efficiente il sistema. Anche nel nostro territorio si è verificata un’importante trasformazione: l’acquedotto pugliese fu trasformato nel 1999, dal governo D’Alema, da ente autonomo pubblico in SpA, e il capitale, di proprietà dello Stato fu trasferito alla Regione Puglia e alla Regione Basilicata che, a loro volta, diedero vita a due distinte SpA. La legge Galli prevedeva, inoltre, che il potere di regolazione e di controllo rimanesse pubblico e fosse esercitato dalle Autorità degli ATO (Ambito Territoriale Ottimale), in quanto assemblea di tutti i Sindaci dei Comuni dell’Ambito. Ma, purtroppo, queste Autorità non sono riuscite ad esercitare il loro ruolo e l’esperimento nei fatti è fallito trasformando le SpA, a loro volta, in carrozzoni politici. Ad esempio sarebbe interessante capire in che misura incidono sul bilancio dell’Acquedotto lucano sia le spese relative agli organi di rappresentanza che quelle relative agli organi di gestione. Adesso, la Regione Puglia decide di cambiare rotta e tornare indietro: definisce l’acqua “bene comune dell’umanità”; decide di ripubblicizzare l’Acquedotto Pugliese trasformando la SpA in ente di diritto pubblico; riconosce il Servizio idrico integrato - quindi la gestione delle acque - quale servizio pubblico essenziale, di interesse generale e privo di rilevanza economica ed istituisce un’autorità indipendente preposta alla regolazione e al controllo in cui sono presenti anche le associazioni degli utenti. Ma la Regione Puglia fa anche di più, incarica la propria avvocatura di impugnare dinanzi alla Corte Costituzionale la norma che privatizza l’acqua puntando, così, ad ottenere il riconoscimento della propria potestà legislativa esclusiva in una materia che non può essere regolata come se fosse un ordinario servizio pubblico a rilevanza economica e quindi soggetto alle regole della concorrenza. Al Presidente De Filippo e alla Giunta della regione Basilicata chiediamo di intraprendere un percorso simile, perché rinunciare a considerare l’acqua come bene comune e diritto universale dell’umanità sarebbe prima ancora che una sconfitta economica, una sconfitta culturale. Matera, 9.11.2009 LA SEGRETARIA GENERALE IL SEGRETARIO GENERALE CGIL MATERA FP CGIL MATERA M. Manuela TARATUFOLO Vito MARAGNO